Seguirò il mio amore nella notte che cade

Io non credo che ogni problema abbia una soluzione.

Ci sono dolori che non passano mai completamente, ferite che non guariscono del tutto. Certe distanze, dentro, non si chiudono. E per alcune malattie non esiste cura. Negli anni l’ho visto accadere molte volte. Da vicino, anche troppo vicino, ma più spesso da lontano. O per meglio dire, accanto. Appena oltre il confine strettamente personale.

Nella percezione spaziale, si dice che questo confine si trovi a qualche metro da noi: ciò che accade più in là, il cervello non lo classifica come priorità immediata. Non sembra coinvolgerci direttamente. Non fa scattare gli allarmi. Anche nel mondo interiore esiste una soglia analoga, che ho scoperto avere un limite ancor più netto, marcato. Una misura nitida.

Una soglia precisa delimita lo spazio sacro di ciò che può toccarci il cuore. Tutto il resto, cade nel dominio della mente.

Il Drago sostiene che da bambini somigliamo in questo agli animali e ai fiori: siamo permeabili e ricettivi, aperti all’empatia col mondo. Tuttavia, poiché il sapere del cuore da tempo si è perduto, nessuno ci insegna a gestire l’intensità e il significato della connessione viscerale. Non c’è educazione per l’intelligenza ancestrale del sentimento e diviene necessario, per sopravvivere, proteggersi con il confine. Iniziamo così a distinguere ciò che ci può toccare per davvero e ciò che scegliamo di capire solamente. Dividiamo quel che scende nel profondo a risuonare da ciò che invece resta in superficie, tra la schiuma dell’intelletto e l’emozione passeggera. Si fa più opaco e ordinato il mondo. Secondo il Drago, disimpariamo a cogliere le sfumature più leggere e misteriose per concentarci sui contorni. Le intelligenze del pensiero e del sentire si allontanano. Si fa più definita la visione, mentre perde un po’ della vivacità primeva.

Eppure qualcosa, a volte, supera il confine. dettagli che non ci dovrebbero quasi interessare, arrivano invece -per tortuose vie segrete- a carezzarci il cuore.

Scintille rare e inesplicabili si accendono. L’accordo d’una canzone, il fotogramma appena intravisto, un profumo senza nome. Quasi per miracolo, ci scuotono dall’interno. Non hanno proporzione logica né il permesso del pensiero. E non lo domandano.

A me è accaduto con lui. Una persona come tante, che incrociavo appena. Mai una conversazione vera, qualche cenno di saluto, conoscenze comuni dalle maglie larghe. Estranei, quasi. Non mi sarebbe dovuto importare della sua morte, invece l’ho sentita. Nessun senso di perdita, nessun ricordo su cui emozionarmi -come avrei potuto? Non condividevamo nulla- ma forse proprio per questo, neppure alcuna protezione. Mi ha colta impreparata. Lui si è tuffato nella mia coscienza con la fluidità che hanno i delfini. Senza spruzzi, quasi volando nelle schiume della superficie, ha attraversato la logica e le vie più note dell’empatia. Senza sforzo è sceso fino in fondo, alla zona più protetta e sacra del sentire. A risuonare nel profondo.

Non tutti i problemi hanno una soluzione. Mi cantava questa nota bassa, dentro. Semplice. Potente.

Per la mente è difficile da accettare, ma nell’abisso del sentire è una verità lampante: a volte, semplicemente, non c’è via d’uscita. Per la sua malattia non c’è stata cura. Per lunghi mesi lo ha consumato, fino a spegnerlo del tutto. Una sentenza piuttosto comune forse, tremenda non di meno.

È imprevedibile il moto del cuore. Quando il pensiero rischia di impazzire, il sentimento invece trova il coraggio. Vede la fine avvicinarsi, eppure continua ad amare. É una forza impossibile da immaginare, la più primordiale delle magie terrestri: pur senza sconfitta, il cuore accetta d’arrendersi e così trionfa. Come hanno potuto restargli accanto i suoi più cari affetti? Come hanno sopportato di soffrire la paura, l’impotenza, il dolore? Eppure nell’abisso del sentire io lo so, non ho alcun dubbio: non l’hanno abbandonato. Fino all’ultimo è stato amato. Lo hanno accompagnato, fino in fondo al viaggio li ha sentiti accanto a sé. Svuotati e presenti, hanno aspettato con lui la fine di ogni cosa. La notte che cade.


Nasce così “Nella notte che cade”

Con un dolore che per il pensiero non aveva senso, mentre nel cuore risuonava un canto.

Parla del coraggio di restare – un coraggio che a me è mancato tante volte, eppure ho imparato a conoscere. Ha la semplicità delle scelte totali, senza divisioni né protezioni, senza confini di sicurezza. Ha il sapore dell’amore inesplicabile, della resa, della notte che cade mentre la aspettiamo insieme.

Nella notte che cade

Veniva il tramonto sulla grande Betulla 
Quando l’ombra si allunga
Nella notte che cade

Nel vapore ti ho visto, nel respiro del cervo
Nel volo del Corvo lontano
Nella notte che cade

Sento il sole bruciare - Ho promesso, ricordi?
Seguirò il mio amore fino alla fine del mondo

Veniva il tramonto e brillava il passaggio
Per il tempo dell’oro
Nella notte che cade

Un silente levare di stelle - Ho promesso, ricordi?
Seguirò il mio amore fino alla fine del mondo
Seguirò il mio amore nella notte che cade